Questa
tesi è iniziata quattro anni fa, prima ancora di sapere che l’avrei
fatta, quando ho incontrato una persona speciale al Cairo. Allora Richard
abitava e lavorava come insegnante di inglese in una accademia militare
in Kuwait. Ancora non sapevo che nel 2001 si sarebbe trasferito ad Al
Ain, una città nel deserto orientale dell’emirato di Abu
Dhabi negli Emirati Arabi Uniti e che io avrei finito per trascorrere
lunghi periodi di tempo in quella città, in qualità di sua
‘moglie’.
Da allora ho visitato il paese 5 volte con soggiorni che vanno, in durata,
dalle 3 settimane ai due mesi e mezzo. Insieme abbiamo attraversato questo
angolo di Arabia in lungo e il largo, spesso sconfinando nel limitrofo
Oman; da sola, seguendo la mia curiosità, ho messo il naso in quasi
ogni anfratto di Al Ain e Dubai.
La mia prima visita ad Al Ain merita attenzione.
Pur avendo viaggiato molto, anche da sola, per la prima volta ad Al Ain
ho vissuto un forte shock culturale. Durante la prima settimana di permanenza
mi sono sentita assolutamente sprovvista di strumenti interpretativi e
nozioni comportamentali adeguate. La maggior parte dei comportamenti pubblici
che per me erano ‘normali’ suscitavano reazioni bizzarre o
fastidiose in chi vi assisteva. Non riuscivo a capire alcuni dei comportamenti
della gente locale o dei lavoratori immigrati che abitano ad Al Ain. Richard
spesso doveva darmi accorgimenti su cosa fare o non fare, dire o non dire
per avere un comportamento appropriato. Mi capitava di fare palesi errori
interazionali e culturali, anche con i colleghi occidentali di Richard
che frequentavamo durante il tempo libero, persone che, in gradi diversi,
erano già stata socializzate all’ambiente in cui vivevano.
Ho cercato di capire cosa mi è successo durante quella prima visita
e, in modo forse meno accentuato, nelle visite seguenti e ho trovato una
risposta nelle ricerche di Schutz.
Schutz spiega efficacemente la condizione dello straniero, dell’immigrante
che cerca di penetrare una cultura differente dalla sua.
Ogni membro nato o cresciuto in un dato gruppo riceve e accetta uno schema
standardizzato - per quanto incoerente, contraddittorio e solo in parte
chiaro - del modello culturale in cui si trova da genitori, insegnanti
e persone autorevoli; ne fa uso sia prescrittivo che interpretativo; non
lo mette in discussione perché è dato per scontato.
Alle base di questo modo di pensare – ‘pensare come al solito’
– stanno alcuni presupposti: che la vita sociale rimarrà
come è e che presenterà gli stessi problemi con le stesse
soluzioni di cui abbiamo già avuto esperienza; che le nostre conoscenze,
ricevute in eredità, sono sufficienti ad affrontare questi eventi;
che è sufficiente conoscere il tipo generale di situazione in cui
ci si può trovare per riuscire a manipolarla; infine, che questi
schemi di interpretazione e espressione sono condivisi dagli altri membri
del gruppo.
Per lo straniero, come per me ad Al Ain, questi presupposti non sono validi.
La storia del nuovo gruppo non fa parte della sua biografia, egli ha una
storia diversa. Perciò egli continuerà a ‘interpretare
il suo nuovo ambiente sociale nei termini del suo solito modo di pensare’
(Schtuz, 1979, p.380, corsivo mio).
Le idee, i preconcetti, le linee interpretative che il gruppo di origine
gli aveva fornito sul nuovo gruppo non risulteranno essere molto utili
e presto andranno scartate. A questo punto il ‘pensare come al solito’
viene messo in crisi, non è più applicabile: nel nuovo ambiente
le cose non sono come lo straniero se le aspettava.
Mentre
prosegue nel suo tentativo di penetrare all’interno del nuovo gruppo,
lo straniero presto si accorge di non avere lo stesso status definito
nella sua gerarchia e che questo lo rende incapace di trovare un punto
di partenza dal quale orientarsi: egli non è più al centro
della mappa. Per orientarsi in questo terreno sconosciuto, non può
sfruttare il modello culturale del suo gruppo di origine.
Deve invece imparare a conoscere la funzione interpretativa del nuovo
modello culturale e adottarlo come schema per il suo stesso esprimersi
(Schutz, 1979, p.382) .
Ma questo processo è lungi dal garantire il successo delle interazioni.
Lo
straniero rimane stupito dalle incoerenze, dalle incongruità del
nuovo modello, che non è dato per scontato: per lui non è
sufficiente capire cosa fare, deve anche elaborare un perché.
Insomma, usando le parole di Schutz, "il modello culturale del
nuovo gruppo è per lo straniero non un rifugio ma un campo di avventura,
non un’ovvietà ma un argomento discutibile da sottoporre
ad analisi, non uno strumento per risolvere situazioni problematiche,
ma esso stesso una situazione problematica difficile da dominare”
(ivi, p.387).
Così
è stato anche per me - e lo è tuttora, anche se in maniera
attenuata - ogni volta che mi trovo ad Al Ain. La sensazione di non riuscire
a capire e a non farsi capire - al di là dei problemi linguistici,
certamente trascurabili al confronto - era forte e angosciante, assieme
alla sensazione di camminare costantemente su un terreno minato. Il lavoro
che, quotidianamente, fuori casa mi trovavo a fare per gestire l’interazione
e non affondarvi, per non perdere la faccia o, molto più pericolosamente,
mettermi nei guai con le autorità, era incerto ed estenuante. Non
sempre aveva successo e presto ho imparato a non sapere più che
reazione aspettarmi.
Non solo: era nato in me un forte sentimento di irritazione, a volte vera
rabbia, verso i comportamenti che trovavo così diversi da quelli
che conoscevo, verso il modo in cui venivo trattata dalle persone e che
proprio non capivo.
Come necessità personale dovevo approfondire i perché e
i come di questi problemi e delle reazioni che io e le persone attorno
a me avevamo. Volevo - dovevo - apprendere una chiave per imparare a dare
luogo a interazioni non problematiche e non pericolose. Se il mio modello
culturale d’origine non era adeguato al nuovo contesto ambientale
e, anzi, mi stava solo creando problemi, dovevo distaccarmene e impadronirmi
di quello adatto a sopravvivere ad Al Ain.
Questa
tesi mi ha dato strumenti per analizzare le mie interazioni con la gente
di Al Ain e per gestire - in parte - la sensazione di estraneità.
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Questa
ricerca è stata condotta seguendo le linee guida esposte da Agar
in ‘The Professional Stranger’ per un’analisi
di carattere etnografico.
Per etnografia sociale intendiamo ‘la descrizione di un particolare
mondo sociale in base ad una prospettiva non scontata’ (Dal
Lago, 2002, p.X): non solo una descrizione di realtà sociali, ma
una descrizione che non sia ovvia e che metta in luce aspetti non evidenti.
Il presupposto è che le strutture e le procedure più abituali
della vita quotidiana siano scontate per gli attori sociali, ma non per
uno sguardo etnografico. Ho cercato di applicare questo sguardo non curandomi
di gerarchie e moralità, ma solo dei meccanismi di scambio.
Parlando
di etnografia, Agar sostiene che per la maggior parte, essa consiste nel
portare
‘ways
of understanding that are lost in the story of human evolution
into awareness, making them explicit and public, and building
a credible argument that what one learned should be believed by
others who were not present’ (Agar, 1996, p.15) |
L’etnografo,
in questo processo, ha il ruolo di chi deve ‘give some sense
of different lifestyles to people who either do not know about them or
who are so bogged down in their own stereotypes that they do not understand
them’ (ivi, p.21)
In questo modo si riafferma il senso dell’etnografia come un approccio
basato fondamentalmente sulle relazioni umane, atto a svelare le indessicalità
(indexicality), cioè le conoscenze di fondo necessarie
per capire un messaggio di una comunità ad un’altra –
ciò che manca ad uno straniero per essere socializzato.
L’approccio etnografico adotta una metodologia capace di collocare
chi la usa, almeno in parte, nel mondo sociale analizzato e descritto.
Quindi, oltre all’ironia, al vedere atttraverso i rapporti di potere
senza lasciarsene influenzare e con uno sguardo divertito, la caratteristica
principale dell’etnografia è di ‘sgorgare dall’esperienza
del mondo sociale’ (Dal Lago, 2002, p.XVIII, corsivo dell’autore).
Occorre ‘scendere per le strade e guardarsi attorno’,
esercitare ‘l’uso di tutti i sensi possibili e non solo
della vista: capacità di sentire e di ascoltare, di annusare, di
interpretare, di comprendere e anche di patire’ (ivi, p.XIX).
È difficile pensare ad una etnografia attendibile creata a tavolino
o in biblioteca.
Il punto di vista utilizzato nella mia ricerca è quello dell’osservazione
partecipata, intendendo con questo la presenza del ricercatore nella società
oggetto dello studio. Significa decidere di immergersi in un gruppo di
‘altri’, piuttosto che portarli nel proprio ufficio. Il ricercatore
deve entrare nel mondo che ha deciso di studiare e osservarlo con professionale
distacco scientifico; deve ‘spaesarsi’ e in qualche modo sdoppiarsi
tra ciò che è nella sua vita ordinaria e ciò che
divenda durante il suo studio.
L’oggetto di studio sono le pratiche sociali - ciò che gli
attori fanno e dicono di fare nella loro esperienza quotidiana, ‘il
livello dell’azione sociale nella vita di tutti i giorni, dove regnano
l’interazione e la comunicazione in contesti limitati e spesso inconsapevoli
(Del Lago, De Biasi, 2002, p.XVII) - tramite le quali si intende raggiungere
i significati e le strutture della vita sociale in un secondo tempo.
‘A questo livello, la vacuità di concetti sociologici
fondamentali come valori, norme, ruoli ecc. appare clamorosa’(ivi,
2002, p.XVII) Le norme vengono adattate, modificate o violate in modo
creativo for all practical purposes, ovvero per realizzare i compiti pratici
necessari alla gestione della vita quotidiana.
Seguendo
queste linee guida, il mio lavoro è stato in egual modo di partecipazione
e di osservazione.
La mia vita quotidiana a Al Ain, ogni occasione di interazione e di contatto
con il mondo esterno è stata passata al microscopio, o forse dovrei
direi, è stata vissuta in maniera disgiunta: partecipandovi, recitandovi
un ruolo più o meno primario a seconda delle occasioni, e allo
stesso tempo distaccandomi per ‘osservare’, registrare con
occhio analitico dall’esterno ciò che in quel momento stava
accadendo.
Ho inoltre attivamente cercato forme di partecipazione, creandomi l’occasione
di incontrare persone, per esempio offrendomi come improvvisata insegnante
di italiano per Sultana.
Dal
momento in cui ho capito di trovarmi in una società refrattaria
a farsi esplorare e capire, gelosa delle proprie tradizioni e peculiarità,
e allo stesso tempo consapevole di trovarsi, per motivi storici ovvi,
sotto l’occhio indagatore dell’occidente, ho dovuto trovare
‘porte sul retro’ che mi permettessero di accedere al suo
cuore nascosto, cioè le case con i loro alti muri di cinta, le
famiglie allargate, le majlis per le donne. Questo mi è servito
per ottenere la conoscenza necessaria a interpretare i ‘rich points’,
le frizioni ovvie della mia cultura con la loro.
Per questo ho anche cercato di fare una lettura di tutto il materiale
possibile sugli Emirati Arabi Uniti e sull’antropologia del Medio
Oriente: qualsiasi argomento, qualsiasi testo mi è stato utile,
vista la scarsità di materiale esistente in inglese.
Ammetto
che lo scopo del mio lavoro non è stato chiaro a quasi nessuno
dei miei informants e nemmeno ai miei conoscenti.
Anzi, mi sono accorta molto presto che spiegare esattamente cosa stavo
facendo era controproducente, come avverte anche Agar – la mia ricerca
portava troppe domande, troppa curiosità, troppo interesse, in
modo troppo diretto e su argomenti considerati molto privati o scottanti
(le donne, per esempio, oppure la politica internazionale, la libertà
di stampa o il rapporto con l’Occidente).
Non volevo passare per ‘impicciona’, o peggio ancora, per
‘spia’ occidentale intenta a raccogliere informazioni con
lo scopo di denigrare o danneggiare gli Emirati Arabi Uniti e la sua gente
.
Ho imparato a distorcere in parte la verità, quindi, sia per evitare
diffidenza e di essere accusata di ‘spionaggio’ che per evitare
sguardi vuoti di non comprensione in risposta alle mie spiegazioni.
In fine, ogni volta che mi veniva chiesto su cosa vertesse la mia tesi,
ho imparato che una semplice e affrettata risposta tipo ‘sto facendo
una ricerca sugli Emirati Arabi Uniti’ sembrava soddisfare la maggior
parte dei miei interlocutori e liberare me dall’onere di spiegare.
Il
materiale da visionare per scrivere un’etnografia è infinito.
Il buon senso ci dice che un etnografo non può pretendere di fare
un’analisi esaustiva di tutti gli aspetti di una comunità
che sia identica alla comunità stessa. La completezza o l’oggettività
non sono gli scopi primari della ricerca etnografica. Piuttosto l’obiettivo
di un lavoro del genere è ‘illustrare in modo originale,
a partire da punti di vista parziali, aspetti mondi o dimensioni della
vita sociale’ (Del Lago, 2002, p.XV). E di questo mi faccio
scudo per tutti gli errori interpretativi che sicuramente ho commesso.
L’approccio
è stato volutamente qualitativo e non quantitativo per la convinzione
di poter raccogliere meglio le sfaccettature e le contraddizioni della
società che mi accingevo a studiare. Ero consapevole che in questo
tipo di lavoro occorre avere gli occhi e le orecchie aperti 24 ore su
24…le informazioni, i ‘rich points’, i dettagli, i momenti
rituali, i momenti in cui improvvisamente viene svelato il perché
di un atteggiamento possono cogliere il ricercatore di sorpresa e arrivare
sotto forma di canzone, romanzo, favola per bambini, film, espressione
facciale, commento nel mezzo di una conversazione di servizio. Per questo
nelle appendici si trova materiale di così diversa origine e datazione:
le risposte alle domande che mi ponevo arrivavano in modalità e
tempi inaspettati e sicuramente continueranno ad arrivare anche dopo la
conclusione di questo lavoro – con la speranza che non lo neghino
completamente.
Ma questa è una caratteristica della ricerca etnografica con cui
occorre imparare a convivere.
Una
domanda che viene spontaneo chiedersi è in effetti: considerata
la parzialità e la soggettività del lavoro etnografico,
quali sono le sue garanzie di attendibilità? Secondo Dal Lago e
De Biasi, la garanzia offerta dal ricercatore etnografico deve essere
di tipo metodologico, con l’adozione di ‘trasparenza delle
procedure di descrizione e soprattutto delle ragioni che lo hanno spinto
ad adottarle’ (Dal Lago, De Biasi, 2002, p. XXI). A questo
principio spero di fare onore.
Infine,
concludo questo paragrafo con una speranza: che il mio lavoro di campo
abbia creato come ‘effetto collaterale’ anche ‘un’azione
riflessiva’ così che ‘i soggetti isolino frammenti
significativi del proprio vissuto e li recuperino nella memoria risolvendoli/interpretandoli
dialogicamente, ripercorrendo cioè il senso dell’esperienza
attraverso il racconto.’ (Rahola, 2002, p.47)
|
Ritengo
la comunità da me studiata peculiare per alcune caratteristiche.
Generalmente i suoi abitanti nativi (e con ciò intendo la popolazione
emirata originariamente di Al Ain) sono estremamente affezionati alla
loro città, fino al punto di considerarla una madre (cfr. Appendice
V, l’intervista con Sheikha Ahmed). Al Ain si trova nell’entroterra
degli Emirati Arabi Uniti, nel deserto al confine con l’Oman. Dista
oggi 2 ore di macchina da Abu Dhabi e un’ora e mezza da Dubai. Le
due autostrade che la collegano sono state costruite solo negli anni ’70,
il che significa che la maggior parte degli adulti nati e cresciuti ad
Al Ain ricordano come erano le condizioni di vita quando ci si doveva
spostare attraverso il deserto, prima della ricchezza portata dal petrolio.
Prima dell’arrivo delle macchine (e un anziano emirato mi raccontava
che negli anni ’60 ce ne erano solo 4 ad Al Ain), il viaggio tra
Abu Dhabi e Al Ain durava circa una settimana a dorso di cammello. I residenti
emirati e i lavoratori immigrati che vi risiedevano erano quindi estremamente
isolati e si spostavano a fatica da una città all’altra.
Una certa influenza sulla società di Al Ain è stata anche
esercitata dal Wahhabismo saudita, una forma di Islam particolarmente
austera e severa, molto diffusa in questa oasi che fino agli anni 50 del
XX secolo ha subito il controllo del governo saudita e che non ne ha favorito
l’apertura.
Questa sorta di isolamento è terminato con l’arrivo del petrolio
e del denaro ad essa connesso alla fine degli anni 60 del XX secolo. Con
esso, la comunità residente ad Al Ain è entrata in connessione
con il mondo, sotto tutti gli aspetti. È arrivata la tecnologia,
le antenne paraboliche e i cellulari. Sono arrivati decine di migliaia
di lavoratori immigrati ad aiutare nella manutenzione di una società
sempre più complessa e progredita, a fornire servizi necessari
ad una società in cui ben più della metà della popolazione
non lavora. Sono arrivati costumi e culture lontane anni luce dal quella
originaria e spesso in marcata opposizione ai precetti dell’Islam:
i grandi alberghi, i nightclub, i pub, l’alcool, le piscine e i
bikini accanto alla moschea, un aeroporto internazionale e la possibilità
economica di viaggiare in tutto il mondo e comprare casa a Londra. ‘Communities
don’t stay the same; they change continously, often in a struggle
with forces well beyond their control’ (Agar, 1996, p.16)
Così i confini della comunità di Al Ain si sono sfilacciati.
Non sta a noi dire se la modernità e la ricchezza hanno portato
i suoi abitanti ad avere identità più complesse di quanto
non fossero prima (la modernità davvero offre più opportunità
di Essere, più sfaccettature alla personalità?). Di certo
ha creato contraddizioni e idiosincrasie che forse entrano in corto circuito
con i valori tradizionali della società di Al Ain.
Come già accennato, dal gennaio 2001 ho visitato 5 volte Al Ain
e gli Emirati Arabi Uniti e vi ho trascorso in totale circa 7 mesi. Dall’autunno
2001 ho cominciato a fare ricerche bibliografiche nella biblioteca universitaria
di Al Ain, Maktaba Zayed, la biblioteca principale e meglio fornita degli
EAU, per verificare la disponibilità di materiale. In questa istituzione,
oltre ad avere iniziato l’analisi documentaria, ho conosciuto il
mio primo ‘informant’, Mr. Ahmed, il bibliotecario.
Nella primavera del 2002, durante una visita di 3 settimane, ho tenuto
un diario etnografico applicando i principi dell’osservazione partecipata
(cfr. Appendice I). A questo si aggiungono le narrazioni di altri ‘incidenti’
che hanno avuto luogo durante le visite in altri periodi, ma che ritenevo
importanti ai fini della discussione della tesi (cfr. Appendice II). Infine
nell’inverno del 2002 ho condotto il lavoro di campo vero e proprio,
con interviste a residenti di Al Ain e a docenti dell’Università
degli Emirati Arabi Uniti di Al Ain (cfr. Appendici III-VII). Nel frattempo,
ho rafforzato le amicizie con ragazze emirate di Al Ain, passando tempo
nelle loro case, visitando le loro famiglie, cucinando per loro e in qualche
occasione uscendo con loro - per quanto questo fosse raro e occasionale,
non a tutte è permesso. Con due di loro ho condotto interviste
in più riprese usando nuove tecnologie come la posta elettronica
e il Msn Messenger di Microsoft.
I
problemi incontrati durante la ricerca sul campo sono stati svariati,
sia di natura personale che culturale e ‘tecnica’.
All’inizio il problema era mettere in pratica questo concetto vago
e multiforme che è la ricerca etnografica, cioè ‘la
difficoltà di codificare esattamente gli oggetti, le tecniche,
i percorsi e i risultati di una ricerca estremamente varia e affidata
[…] più al talento irripetibile dei singoli che non a una
metodologia radicata e condivisa.’ (Dal Lago, De Biasi, 2002, p.XXI).
Grazie al diario che ho tenuto, e allo sfatamento di alcuni dei miei pregiudizi
personali, sono riuscita a mettere a fuoco il nucleo della mia ricerca
e a comprendere che il modo più articolato di svolgerla era quello
della ricerca qualitativa.
Nel tenere il diario e nel formulare le domande delle mie interviste ho
dovuto fare i conti con altre questioni scottanti della pratica di ricerca,
per esempio la relazione problematica, aperta e critica con gli ‘oggetti’
di studio che vengono descritti e osservati che implica la continua discussione
della posizione dell’osservatore - quello che sto facendo serve
ai fini della mia ricerca? dove sta andando la mia ricerca? sono in grado
di rispettare questa cultura e di infiltrarmici o mi sto comportando in
modo controproducente? , del carattere aleatorio e parziale della sua
osservazione - perché il mio punto di vista dovrebbe essere corretto?
perché le mie osservazioni dovrebbero rappresentare con cura questo
mondo che sto presentando? - e soprattutto delle pratiche di narrazione
scritta.
Un’altra questione che ho dovuto affrontare è quella della
‘densità dello sguardo’ del ricercatore. Mi sono spesso
chiesta quando di me e della mia personalità stesse passando nelle
domande da me poste, nelle mie reazioni, quanto le mie aspettative condizionassero
l’analisi del materiale raccolto. Sono consapevole del condizionamento
soggettivo della ricerca e per questo il mio lavoro rimane aperto a critiche.
|
‘Unveiling
of one’s thoughts was always a sign of discourtesy
and a man’s intelligence was measured
by his ability to elude direct questions’ (Al Maskery, 1986)
Uno
dei principali problemi relativi alla società oggetto del mio studio
è stata la sua (almeno iniziale) impenetrabilità. È
sufficiente leggere dell’evasività del mio primo, involontario,
informant, Mr. Ahmed (cfr. Appendice I) nel darmi informazioni fattuali
sugli Emirati Arabi Uniti per capire che in certi momenti ho dovuto esercitare
molta attenzione nello scegliere argomenti di discussione e modalità
di formulazione delle domande. Non volevo inoltre urtare la sensibilità
delle ragazze intervistate, considerata la loro carente esperienza delle
contraddizioni più grossolane della loro società (alcool,
prostituzione, etc) o la loro vergogna nell’ammetterne l’esistenza.
Ho imparato che il riconoscere e discutere apertamente di questi aspetti
così poco ‘islamici’ della loro società poteva
constituire un attacco all’onore del proprio popolo. L’atteggiamento
di chiusura davanti a queste tematiche è rintracciabile nell’intervista
a Sheikha Ahmed (cfr. Appendice V), la quale in più occasioni ignora
o risponde in modo diplomatico a domande relative a questi argomenti.
Ho usato anche altri stratagemmi per testare le reazioni delle mie intervistate,
in particolare l’uso di esche. Nelle interviste ho messo frammenti
di un libro, Woman Between Islam and Western Society, di Maulana Wahiduddin
Khan (Khan, 2000), che offre una posizione di critica molto forte sulla
condizione delle donne in Occidente e che spiega come scientificamente
la donna sia più debole fisicamente e psicologicamente dell’uomo
e per questo ella debba essere tutelata da una figura maschile. Sapevo
che questo punto di vista era in netto contrasto con la politica governativa
emirata per le donne (che è decisamente moderata) e intendevo scatenare
una reazione forte, che in alcuni casi c’è stata e in altri
no.
Ho
cercato quindi di depersonalizzare le domande e di spostare il focus dell’intervista
su campi che, solo apparentemente, non avevano nulla a che vedere con
essa. Ho chiesto alle mie intervistate di immaginare, di creare immagini
per concetti complessi come quello di ‘Occidente’. Ho chiesto
loro di raccontarmi come vorrebbero essere tra dieci anni e lo scopo era,
ovviamente, di cercare di carpire le priorità valoriali legate
ai loro desideri e alle aspettative per il futuro.
La domanda ‘cosa ne pensi di noi donne occidentali?’ non avrebbe
generato che risposte cortesi e diplomatiche, così come la domanda
relativa alla loro visione dell’Occidente, dalle cui risposte in
effetti si desume un atteggiamento molto politically correct. È
stato per questo divertente raccogliere i commenti relativi ai gruppi
etnici che non hanno a che fare con l’intervistatrice e sui quali
le intervistate si sono sentite libere di esprimersi senza timore di offendere:
‘i filippini, le russe, the horrible English people…’.
Ho usato anche alcuni accorgimenti linguistici, per esempio ho chiesto
a più persone di spiegarmi la stessa parola (‘ayb)
e ho chiesto loro in che contesto andrebbe usata. Ho formulato domande
lasciandole inconcluse, aspettandomi una risposta che volevo mi fosse
confermata - o negata - dall’interlocutrice. In alcuni casi ho proposto
affermazioni che avevano lo scopo di riassumere il già detto e
di sollecitare un commento di conferma o negazione.
Nella
trascrizione delle interviste e delle conversazioni ho cercato di essere
il più fedele possibile ai tempi dell’interazione, pur eliminando
il linguaggio fatico. Una delle intervistate ha rifiutato di farsi registrare
e ho quindi ricostruito l’intervista sulla base delle note prese
in prima persona e in italiano per renderlo più scorrevole. Spero
di avere mantenuto inalterato in buona parte il significato originario
La
tecnologia può ‘integrare i sensi’ (Del Lago,
2002, p.XII) attraverso un video, un’intervista registrata, oppure
come nel mio caso le conversazioni chat via Internet o email.
Soprattutto Msn Messenger, cioè un sistema di messaggistica
on line immediata, mi ha permesso di condurre interviste con modalità
simili a quelle dell’interazione faccia a faccia, con interruzioni,
possibilità di scherzare, andare fuori tema, divagare, cambiare
percorso e aggiustare la traiettoria qualora sentissi che ciò servisse
ad avvicinarmi al nucleo di un argomento.
La tecnologia, i mezzi di comunicazione sempre più raffinati e
tendenti a ricreare in modo sempre più verosimile la comunicazione
faccia a faccia, possono essere estremamente utili ai fini della ricerca
etnografica. Non si tratta certo di ‘protesi’ né ingenue
né neutrali, e come tali risentiranno nel contenuto delle caratteristiche
del mezzo (il mezzo è il messaggio, ci insegna McLuhan), per questo
chi vi lavora deve essere consapevole di questo tipo di intermediazione,
ma in certi momenti ho avvertito che questa distanza fisica/vicinanza
mediatica ha favorito lo svilupparsi di discussioni e conversazioni che
forse la presenza fisica avrebbe inibito. |
| La
tesi è divisa in tre capitoli. Il primo e il secondo hanno carattere
giornalistico e intendono creare un background di informazioni il più
obiettive possibili sul Medio Oriente, gli Emirati Arabi Uniti, l’Islam
e le sue donne. Durante le mie ricerche ho avvertito che era necessario
raggruppare queste informazioni in un unico luogo e in italiano, perché
il poco materiale esistente è reperibile solo negli Emirati ed
è in inglese. Molta di questa letteratura è fuori catalogo
o è datata. Mi ha poi stupito notare che i maggiori lavori antropologici
su questa area non abbiano mai ricevuto traduzione in italiano.
Mi premeva anche con il mio lavoro tentare di modificare, se non cancellare,
alcuni dei pregiudizi nei confronti dell’Islam e delle donne nell’Islam.
Così come le mie idee di partenza hanno dovuto cambiare drasticamente,
volevo cercare di far capire che la realtà è molto più
complessa, sfaccettata e meno disumana di come l’Occidente la immagina.
Nel terzo capitolo compio un’analisi del mio diario e del materiale
etnografico raccolto in appendice. Tramite brani di interviste e narrazioni,
cercherò di argomentare la mia tesi sull’interazione emirata
con una donna occidentale. Fondamentali sono stati l’opera di Goffman
sulla ‘faccia’ come valore sociale e un saggio di Sahlins,
‘La Pensée Bourgeoise’. Anche i lavori antropologici
di Fabietti, Patai e Eickelman mi hanno fornito utilissime nozioni interpretative
e chiavi di lettura.
Nella sezione ‘Materiale Etnografico’ si trovano le trascrizioni
delle mie interviste e i miei resoconti. Alla fine ho riportato alcune
tabelle statistiche sugli Emirati Arabi Uniti provenienti da fonti diverse
perché ritenevo che ne fosse necessaria una sintesi; i brano del
Corano riguardanti le donne, la loro vita e il loro comportamento; infine
un piccolo glossario con i termini arabi più frequenti nel testo.
Per la realizzazione di questa ricerca devo ringraziare numerose persone:
innanzitutto la Prof.ssa Pina Lalli, che ci ha creduto da subito; Richard,
che l’ha resa possibile e che con pazienza ha sopportato che partecipassi
– grazie per le osservazioni sempre acute; Katrina Bunn, che è
stata il mio network in nel mondo delle donne di Al Ain; Mr. Ahmed il
bibliotecario per avermi dato ottimi suggerimenti e per aver dribblato
la mia intervista così bene; the girls: Moza, Sultana,
Sheikha Ahmed, per aver sopportato con grande tolleranza le mie domande,
anche quando si facevano impertinenti, e per avermi aperto le loro case
– non riuscirò mai a ripagare l’ospitalità e
l’affetto; infine alla Dott.ssa Nadia Buhannad e alla Prof.ssa Fatma
al Sayegh che con la loro esperienza, tenacia e intelligenza ogni giorno
mostrano la via alle loro sorelle.
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